La fermata

Vado, perchè non lo voglio,
un certo rifiuto da te,
che sei il sogno che bramo ogni giorno
e tra le coperte si fa desiderio,
quando il favore del buio
mi fa forte di fare e dire
quello che vorrei dire e poi fare
ma se ti ho davanti, rimane dov’è.

Fiato stretto tra lo stomaco e le labbra,
voce che non suona, mentre tu sei già sul tram.

L’uomo davanti all’edicola ride a vedermi passare da qui,
ogni giorno che Dio manda in terra,
pure alla domenica, che tu non ci sei:

chino sopra al foglio, tramo fitto inchiostro nero,
un biglietto di profili e volti e “fai due passi con me?”

Trema la penna sul foglio, la carne ed i nervi mi vorrebbero là,
alla fermata, che mi scopre muto ogni giorno,
al ritorno da un sonno da re.

Stamattina tra valigie e borse della spesa, no,
non c’è lo sciocco ammiratore muto a scrivere.

Dolce vicino di poche parole,
da un anno mi fai compagnia,
mi dispiace saperti distante,
di te solo una busta sopra la panchina;

ogni giorno, ad ogni gradino,
ho sperato muovesse i capelli
il tuo respiro sul collo, poi si chiudeva la porta
e tornavo a pensarti tra me.

Foglio fitto di parole e cuori e “fai due passi con me?”;
mi uccide che non torni, perché avrei risposto “si”.