Il ritorno di Camillo

Lo capisci già da che arrivi in città
che qualcosa, con il tempo, è andata storta,
sarà la ciminiera che bofonchia fumo grigio
o i capannoni che ti accolgono, di vetro,
i capannoni e le mancine, poco dietro.

La strada del ricordo era sterrata,
ora è nera di catrame e fuma ghiaia,
non diresti d’essere tornato a casa
se non fosse per i monte che son sempre fermi la,
e che ringrazi per la loro fissità.

Ti dici che è normale, il mondo corre,
e da quando manchi tu, sai quanta strada,
e poi l’acqua ha vocazione di perpetuo mutamento
e le persone ci si adeguano, del resto,
le persone ci si abituano ben presto.

Ecco, allora, s’apre placido un sorriso,
a lenire quell’accenno d’amarezza,
quando giunto al punto dove ricordavi il litorale,
hai trovato il freddo marmo di una piazza.

Che prodezze fa gioventù,
cosa inventa, per farsi largo sulla via,
asciuga la palude col sudore
col mattone fa le case, fa la via un posto migliore.

Finalmente schiuma il bianco e blu dell’onda,
ecco il mare, come allora, cartolina,
che peccato non si possa più tuffarsi,
ma gli scogli e questo sole e questa brezza…

E i giardini sono verdi delle palme,
un palazzo dove c’era sabbia e sassi,
va così, che il mondo corre e la città deve adeguarsi,
donare un po’ di sangue ai propri figli,
barattare bagni e spiaggia con navigli.
La bilancia vuole così,
chiede un mucchio di sassi per un un pugno d’oro,
qualche morto per un lavoro che ci sta,
un porto e scatoloni gialli e blu.
Giunto sulla costa ch’era dei pirati,
nulla puoi contro un momento di sorpresa,
quando li, dove speravi acqua di mare
hai trovato mura e ferro e guardie in armi come in guerra,
“son cent’anni, con chi sono ancora in guerra?”

lo domandi ad alta voce, ed un passante,
già provato dall’attesa dell’ingresso
ti risponde che “da noi c’è il mare ad ore,
che neanche le puttane” e devi chiedergli il permesso,
sei a casa tua, ma devi chiederlo lo stesso.

Sono nato e cresciuto qui,
tra la chiesa ed il mare e i capannoni vuoti,
buoni a fare da segnaposto per il ministro
in fronte alla tivù,
di pirati qui non ce n’è,
i pescatori comprano terra da zappare,
che la guerra è perduta da un pezzo
forse non glien’han detto, e i muri stan su.

Ma l’acqua non è fatta per star ferma,
e non ci sta baia forte a trattenerla,
chi s’illude di poter imbottigliarla
e farne merce da baratto, prima o poi farà il suo tempo,
chi nasce in mare porta in cuore il cambiamento.

La credulità del nonno l’ho pagata
e a mio figlio non lo lascio il conto in rosso,
con la scusa di difenderci, coi posti di lavoro,
viene lecito pensare che interessi,
di tenersi il posto al sole e farci fessi.

Cambia il vento, una barca va,
prende l’onda e si porta appresso sulla scia,
cime rotte dalle catene
asservite al dio dell’opportunità
Sono nato e cresciuto qui,
e il respiro dell’onda riempie le mie vele,
sono goccia che scava il sasso
e riguadagna la sua libertà.