Accontentarsi delle briciole

Sono quella che mangia gli avanzi
dai piatti già freddi lasciati sui tavoli,
mangiati con scarso appetito, serviti con noia
un oltraggio per quella tovaglia.

Rintanata in questa cucina,
che a me non è dato frequentare la sala,
entro in scena al caffè e brillo fino a che è alba,
quando torno nell’ombra, come una che ruba.

Certi treni, quando arrivi tardi
non puoi più salirci, l’han già fatto altri,
m’hai attraversato la vita col rosso,
ma nemmeno lo sforzo, hai fatto, di levarti.

Ho lasciato mi sporcassi l’anima,
ti ho confuso in un principe, ho creduto una favola,
ma il finale a colori, quello ancora l’attendo,
quando, calma e paziente, ai tuoi vizi mi arrendo…

…e sono gatta poi suora,
maestrina di scuola serale per alunni maturi,
principessa e barbona,
un catino di carne
addobbato di pizzi e di fiori.

E ti aspetto la sera,
nei parcheggi deserti, sul viale, con gli occhiali scuri,
come un paio di scarpe
un pò logore ma comode,
quando serve, mi tiri fuori.

Chissà cosa ti fa pensare
che a me stia poi bene così,
senza orari ed impegni,
nessun rischio di sbagli,
confinata tra l’auto e il motel.

Il matrimonio? Son fogli,
mai una fede, mai figli,
esisto solo tra letto e moquette.

Sono quella che mangia gli avanzi
dai piatti già freddi lasciati sui tavoli,
mangiati con scarso appetito, serviti con noia
un oltraggio per quella tovaglia.